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  • . LE CANTINE
  • . I FLORIO

AZIENDA

Florio è un innovatore per tradizione che rivela un mondo inaspettato, un artigiano contemporaneo dall’anima intensa, insolita e preziosa. Vini di altissimo rango da assaporare in più occasioni, liquorosi, passiti e spumanti da riscoprire come aperitivo, da dessert e da meditazione. Nata nella “fascia del sole”, zona espressione di un delicato rapporto tra microclima, vigna e terreno, Florio è un’Azienda che negli ultimi due secoli ha maturato un’esperienza unica, grazie al rispetto della tradizione, alla cura del dettaglio e a innovative visioni.

 

Una linea di prodotti fortemente legata ai territori di origine e presentata in una veste moderna. Un marchio che trasmette sensazioni forti, grazie anche ai racconti affascinanti legati alla nascita di un prodotto storico, di una famiglia eccezionale e dei suoi molteplici interessi. Una ricerca continua della qualità operata attraverso la scelta dei frutti migliori, una lavorazione attenta e innovativa con l’obiettivo di creare prodotti ricchi di sensazioni calde come le terre da cui nascono. Zone strategiche vocate per produzioni inimitabili. Una strategia indirizzata per definizione all’eccellenza, una filosofia aziendale che cura da quasi due secoli la qualità dei particolari.

CANTINE

Le Cantine Florio, costruite nel 1832 da Vincenzo Florio, sono un luogo in cui è possibile non solo fare un tuffo nella storia ma anche entrare in un mondo artigianale e contemporaneo dall’anima intensa, insolita e preziosa, dove tradizione e innovazione si fondono creando una realtà dal fascino unico. Lo storico Baglio, affacciato sul mare, accoglie il visitatore con i suoi rigogliosi giardini mediterranei ricchi di luce e di colori. Le Cantine, con il caratteristico pavimento in battuto di tufo e le imponenti navate a sesto acuto, custodiscono nelle storiche botti i pregiati vini Florio, che trovano qui la perfezione del tempo e dell’attesa. Un mondo da scoprire grazie anche alla Sala di Degustazione Donna Franca Florio, una Sala innovativa creata per offrire allo spettatore una suggestione attraverso i profumi e i sapori dei vini Florio, e alla nuovissima Enoteca Florio.

I FLORIO

  • •I Florio
  • •Chimica e Zolfi
  • •Fonderia Oretea
  • •Il liberty
  • •La compagnia di navigazione
  • •La Filanda
  • •Le Ceramiche
  • •Le Tonnare
  • •Targa Florio

I Florio

Fu Vincenzo Florio ad avviare la produzione nel 1833, costruendo a Marsala le splendide cantine in pietra di tufo che ancora oggi evocano lo spirito imprenditoriale e la passione della famiglia che reinventò la Sicilia, dandole un volto e un’anima moderni. I Florio, famiglia di imprenditori illuminati, dimostrarono una lungimiranza fuori del comune, diversificando i propri interessi e gestendo in proprio una lunga serie di attività commerciali, tra le quali vanno ricordate: le tonnare, la compagnia di navigazione, le fonderie e la fabbrica di ceramiche. Il mito Florio si consolidò anche attraverso la creazione della gara automobilistica che ancora oggi porta il loro nome, la Targa Florio. Tornando alla produzione di marsala, nel 1832 Vincenzo Florio acquistò un terreno, in un tratto di spiaggia situato fra i bagli di Ingham e di Woodhouse, ed è lì che vennero costruite – in pietra di tufo e legno - le Cantine Florio. Lo stabilimento suscitava grande ammirazione ed accentuò il carattere industriale della città di Marsala, che diventò una delle città più ricche della Sicilia. Eppure, i primi anni delle cantine Florio furono duri: nessun utile e poche prospettive. Florio poté resistere grazie alla sua tenacia e al potenziale finanziario di cui poteva disporre. Ma prima di potersi affermare, con la creazione di altri depositi in Italia e Francia , il marsala Florio dovette attendere almeno vent’anni, cioè fino al 1855, anno in cui si videro i primi profitti. Da allora e fino al 1861 per il marsala Florio fu una continua ascesa. Nelle cantine esistevano allora 14 tettoie lunghe dai 160 ai 214 metri, alcune delle quali si possono ammirare ancora oggi, sotto le quali si allineavano botti su tre file, le une sulle altre, per vari metri di altezza. Nel 1904 Florio costituì, insieme con altri otto capitalisti e commercianti marsalesi, la S.A.V.I. – Società Anonima Vinicola Italiana – che, nel 1924 passò sotto il controllo della Cinzano che, nel 1928, acquistò anche la Woodhouse e la Ingham – Whitaker. Durante i bombardamenti dell’aviazione alleata – nel corso della II Guerra Mondiale - le cantine Florio furono gravemente danneggiate e i lavori di ricostruzione post-bellica furono lenti e faticosi. Dal 1984 fino ai primi anni ’90 le cantine furono ristrutturate accuratamente, per riportarle all’antico splendore. Nello stesso tempo, il marsala conobbe una rinascita commerciale, dovuta anche alla vendita in “bottiglie originali” che, gradualmente, soppiantarono la vendita in fusti. Da allora, il nome Florio è diventato un sinonimo di marsala e la fama dell’azienda è cresciuta costantemente in campo internazionale. Nel gennaio 1998 la ILLVA S.p.A. acquisisce il controllo dell’intero pacchetto azionario della S.A.V.I. Florio, di cui già possedeva il 50 ed inizia così una nuova fase della vita aziendale, nel corso della quale vengono apportati importanti e positivi cambiamenti in termini di gestione aziendale, che porteranno il marchio Florio di nuovo ai vertici del mercato.

Chimica e Zolfi

Il francese Agostino Porry voleva impiantare a Palermo un’industria chimica. Non avendo capitale chiese l’aiuto di Ingham e Florio. Lo stabilimento venne costruito, a metà del 1840, ai piedi del Monte Pellegrino. La società, la cui direzione fu affidata al Porry, aveva lo scopo di produrre in particolare acido solforico ed altri prodotti minori. Neppure il settore degli Zolfi lasciò indifferente Florio. Proprietaria delle miniere di Racalmuto, era la vedova del principe di Pantelleria da cui Florio le acquistò l’8 agosto 1835. Florio comunque, più che alla produzione si interessò al commercio degli zolfi e proprio per finanziare questa attività creò la sua banca, il leggendario Banco Florio. Tra il 1871 e il 1880, la produzione aumentò considerevolmente a causa del largo impiego che trovava il minerale in Italia e all’estero. L’attività proseguì tra alti e bassi fino al primo decennio del Novecento, per spegnersi intorno al 1910/13.

Fonderia Oretea

Negli stessi anni nacque la Fonderia Oretea, che si trovava nei pressi della foce del fiume Oreto (da qui il nome) e fu inaugurata il 6 settembre 1841 da parte dei fratelli Sgroj di Catania, per essere poco dopo rilevata da Florio insieme ad altri azionisti. La fonderia fabbricava torchi idraulici per olio, macchine per la produzione di vapore (caldaie), ma la maggior parte della produzione consisteva in piccoli utensili di uso domestico. In tutto vi lavoravano poche dozzine di operai. Nel 1854 la fonderia venne smontata per il trasferimento in un’area più vasta. Nel 1861 l’azienda si andava gradatamente sviluppando grazie all’impiego di ingegneri inglesi e svizzeri. All’Oretea si deve la recinzione del Giardino Garibaldi, a Palermo, su disegno di G.B. Basile. Perfino il Teatro Massimo dovette molto all’Oretea, nel periodo della edificazione parecchi problemi poterono essere risolti grazie ad una gru, appositamente progettata per sollevare fino a 24 metri otto tonnellate di peso. Nel 1877 la fonderia costruì la grande tettoia metallica del Politeama. La fonderia Oretea confluirà insieme allo “scalo di alaggio”, nel 1910 nei “Cantieri Riuniti” nati dal “Cantiere Navale” di Palermo voluto da Florio nel 1897.

Il liberty

L’estro imprenditoriale dei Florio e la loro ferma volontà di affermarsi come punto di riferimento per la borghesia internazionale trovarono nell’architettura, nella costruzione di sontuosi palazzi e splendide ville in stile liberty, un efficace strumento di conferma sociale.


Villa Igiea

Fra gli edifici che meglio raccontano la Belle Epoque siciliana, va sicuramente ricordato il Grand Hotel Villa Igiea, pensato inizialmente da Ignazio Florio come casa di cura per malattie polmonari e poi trasformato in lussuoso albergo, all’interno del quale i Florio si riservarono un appartamento. L’incarico di trasformare radicalmente la villa al quartiere Acquasanta di Palermo fu affidato al celebre architetto Ernesto Basile, il quale realizzò un complesso scenograficamente aperto verso il mare e circondato da un rigoglioso parco. Al tono austero ed elegante dell’esterno, Basile contrappose la ricchezza degli interni, finemente decorati dall’artista De Maria Bergler secondo i modelli dell’art nouveau. Per l’arredamento, che curò nei minimi dettagli, Basile si avvalse dell’opera di imprese artigiane qualificate, come il mobilificio Ducrot, che già curava gli arredi dei transatlantici della compagnia di navigazione Florio. Questo sontuoso complesso presto conquistò un posto di rilievo nella vita movimentata dell’alta società. La posizione privilegiata dell’edificio, affacciato sul mare con vista panoramica sul golfo di Palermo, il fascino degli ambienti, il comfort offerto da una raffinata ospitalità, il clima mite della Sicilia contribuirono a far diventare il Grand Hotel Villa Igiea una metà molto ambita per il gotha internazionale. Altro tassello di quella “costruzione dell’immagine” che i Florio perseguirono incessantemente è Villa Florio all’Arenella, chiamata anche la Casa dei Quattro Pizzi, nata dalla ristrutturazione di una villa preesistente, che Vincenzo Florio aveva acquistato nel 1829. Per ampliarla e renderla più rappresentativa, Carlo Giachery progettò una nuova ala, detta appunto dei Quattro Pizzi per via delle influenze neo-gotiche riscontrabili nell’originale merlatura del prospetto, interrotta agli angoli da quattro torri culminanti con pinnacoli che svettano verso il cielo.


Villino Florio all’Olivuzza

Realizzato nel grande parco dell’Olivuzza da Ernesto Basile, per incarico di Vincenzo Florio, questo villino di grande fascino mescola lo stile del petit hotel francese a quelli del tipico cottage inglese e della villa italiana del ‘600, in un insieme inaspettatamente armonico. Torrette, pareti curvilinee, balconi di gusto barocco, colonnine romaniche e coperture di varia foggia arricchiscono di curiosità e sorpresa il prospetto. Per gli interni, il Basile si rifece al Modernismo europeo, curando ogni particolare, dalle maniglie ai camini, così da assicurare organicità ed armonia agli ambienti.


Palazzo Florio a Favignana

Altro fulgido esempio della potenza Florio, il palazzo di famiglia a Favignana, voluto da Ignazio Florio per seguire più da vicino le tonnare di sua proprietà e per trascorrere alcuni periodi di vacanza con la numerosa famiglia. La costruzione fu affidata all’architetto Giuseppe Damiani Almeyda, il progettista del Teatro Politeama di Palermo, il quale ideò una vera e propria villa prospiciente il mare, con tanto di parco e dotata di ogni comfort. Il risultato del lavoro di Almeyda fu una residenza di estrema eleganza, denominata da subito il “Castello di Favignana”.

La compagnia di navigazione

Dalla Società dei Battelli a Vapore alla Navigazione Generale Italiana. La navigazione fu il settore trainante dell’attività dei Florio, ma fu anche quello che decretò l’inizio della fine di Casa Florio, come vedremo più avanti. Nell’estate del 1839 nasceva la “Società dei battelli a vapore siciliani”. La società aveva in previsione l’acquisto di due piroscafi il Palermo e il Messina. Il Palermo arrivò nella capitale dell’isola il 27 settembre del 1841 “con soddisfacimento generale”. L’esperienza della Società dei Battelli a Vapore, convinse Florio che l’industria amatoriale era ancora tutta da sfruttare, ed accarezzo l’idea di iniziare in proprio l’attività. Nel 1847 acquistò il vapore Indipendent, che fu poi ribattezzato il Diligente per non scontentare i Borboni che nel frattempo erano tornati in Sicilia dopo la soppressione dei moti carbonari di Palermo del 1848. L’esperienza del Diligente fu utilissima a Florio, in quanto gli dimostro quello che lui aveva solo intuito, e cioè che era possibile conseguire solo lauti guadagni con la marineria. Per questo motivo decise l’acquisto di un secondo vapore, il Corriere Siciliano. Florio ottenne la concessione di alcuni servizi governativi per la sua compagnia, come il trasporto dei soldati e il servizio postale. Questi successi, uniti a nuove tratte disponibili, convinsero Florio ad acquistare un altro vapore: l’Etna che arrivò a Palermo l’11 marzo 1857. La navigazione doveva rendere bene a Florio perché l’anno successivo la nascente “flotta Florio” si arricchì dell’Archimede, che entrò nel porto di Palermo il 15 ottobre 1858. a cui seguiva l’anno successivo nel 1859 l’Elettrico. Quindi prima dello sbarco di Garibaldi a Marsala l’11 maggio 1860, la flotta Florio comprendeva cinque piroscafi: Diligente, Corriere siciliano, Etna, Archimede, Elettrico. Quattro di questi piroscafi furono noleggiati dai Borboni, in previsione dello sbarco di Garibaldi, armati di buoni cannoni e dislocati lungo le coste a difesa dell’isola. Garibaldi requisì le navi di Florio. Esse vennero restituite dopo l’annessione del Regno delle Due Sicilie all’Italia, ad eccezione dell’Etna cannoneggiata il gennaio 1862 durante l’assedio di Gaeta. Nel 1861 Florio creò la società dei Piroscafi Postali con sede a Palermo. Nel 1862 ottenne dal Parlamento la convenzione, della durata di anni fino al 1877, per il trasporto di viaggiatori, truppe, merci e plichi postali. Nel 1864 Vincenzo Florio venne nominato senatore da Vittorio Emanuele II e sempre nello stesso anno la flotta si arricchì di altri due vapori il Leone e il Tigre, capaci di trasportare un centinaio di passeggeri tra prima e seconda classe. La flotta raggiunse così le quattordici unità, e si pensò quindi di progettare uno scalo di alaggio per la riparazione e manutenzione delle navi, nel porto di Palermo. Incaricato del progetto fu l’ing. Carlo Giachery. Nel 1865 altri due vapori gemelli furono commissionati a Glasgow, lo Scilla e il Cariddi da adibire al servizio postale. Nel 1876, dopo oltre un anno di trattative, Ignazio Florio concluse l’affare Trinacria. La flotta Florio si arricchì di tredici splendide navi: il Peloro, l ’Ortigia , l’Enna, il Solunto, il Simeto, l’Imera, il Segesta, il Selinunte, il Drepano, il Taormina, il Pachino, il Panormus e il Lilibeo, tutte di recentissima costruzione (la più vecchia l’Imera aveva sei anni). Le convenzioni marittime del 1862 scadevano nell’aprile del 1877. Durante questi quindici anni la situazione dei trasporti era profondamente mutata a causa del progressivo diffondersi delle linee ferroviarie. Molti servizi marittimi costituivano un doppione delle ferrovie, quindi i motivi di inquietudine per Florio non mancavano. Malgrado la situazione non fosse delle più rosee, Florio e Ribattino (i due maggiori armatori italiani) avevano ben poco da temere perché se era vero che le sovvenzioni alle linee commerciali interne apparivano sempre meno giustificabili, era pur vero che il governo voleva aprire linee commerciali internazionali da agevolare con generosi sussidi. Così, il 4 febbraio 1877 venne firmata la convenzione tra il governo italiano, Florio e Ribattino. Inspiegabilmente, rispetto all’armatore genovese, Florio godeva di condizioni migliori, probabilmente la verità era che, in Parlamento, Florio poteva contare su un forte schieramento a suo favore dovuto, oltre al potere di cui disponeva, all’innegabile prestigio della sua Casa. La convenzione portò nuovi successi alla casa Florio, che decise anche la costruzione e l’acquisto di nuove navi, tra cui il Vincenzo Florio, una delle più belle navi che mai si fossero viste nei porti del Mediterraneo e che arrivò a Palermo l’8 maggio 1880. La nave ammiraglia V.F. fu destinato alla linea di New York e intraprese il suo primo viaggio il 7 giugno 1880. Il trasporto degli emigranti verso gli Stati Uniti apriva alla compagnia palermitana buone prospettive di guadagno. Florio non abbandonò più i viaggi oltre oceano, anzi, ne farà il cardine della sua politica man mano che la ferrovia lo costringerà a chiudere le linee nazionali. Nel 1880 la concorrenza straniera si faceva sentire sempre più forte e le prospettive negative fecero sì che Florio pensò di ritirarsi progressivamente dalla navigazione. Per la città di Palermo, la chiusura della Compagnia Florio avrebbe avuto conseguenze disastrose. I problemi di Florio erano i problemi di Ribattino. Esclusa la possibilità di sopravvivenza per le piccole e medie compagnie, per l’armatore ligure e per Florio, in mancanza di un appoggio considerevole del governo, restava un solo modo per resistere alla situazione negativa che si prospettava, fondere le due società e dar vita ad un’unica potente flotta. Le due compagnie si fusero il 12 giugno 1881. Il 4 settembre 1881, la nuova società vide la luce con il titolo di Navigazione Generale Italiana. Dieci anni dopo, il 17 maggio 1891, Ignazio Florio morì, lasciando ai figli Ignazio junior e Vincenzo il patrimonio di famiglia.

La Filanda

Sin dal 1838 Vincenzo Florio aveva cercato di inserirsi nel settore tessile installando una macchina filatrice nei magazzini del Convento di San Domenico a Palermo. Ma si trattava di locali troppo angusti, inadatti ad ospitare gli impianti di un moderno stabilimento, così Florio decise di trasferire lo stabilimento a Marsala, aggregandolo al baglio vinicolo per poter utilizzare le macchine a vapore. L’opificio sorse nel 1844, provvisto di “ordigni di legno maneggiati dalle donne, e destinati a torre il seme dai cotoni”. L’edificio era spazioso e ben distribuito. Nei locali, tenuti con cura, l’aria circolava regolarmente, le macchine erano ugualmente curate e le ore di lavoro distribuite anche tenendo conto della salute degli operai. Insomma la filanda lasciava un’ottima impressione specie se paragonata a quella più antica, ma squallida, di Trapani. La situazione della filanda si andò ad aggravare verso la fine del 1859; nel 1864 languiva inoperosa e mai più si sarebbe ripresa.

Le Ceramiche

Fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, la ceramica Florio rappresentò la sola struttura industriale nel settore ceramistico che la storia moderna della produzione palermitana possa vantare. Ricca materia prima, macchinari all’avanguardia e tecnici specializzati, resero omaggio al desiderio della borghesia del tempo di costruirsi un ambiente confortevole, a immagine degli stili della migliore aristocrazia locale. Secondo la moda del tempo, le porcellane venivano arricchite di decori floreali o, nel caso della preziosa porcellana bianca Iris, da raffinati decori in rilievo, bianco su bianco, che rendevano oggetti di uso quotidiano, come i servizi da thè e da caffè che il quotidiano L’Ora regalava agli abbonati agli inizi del Novecento, estremamente eleganti e ricercati. Oltre ai classici decori pre-liberty, alcune porcellane Florio presentavano degli originali decori geometrici, in cui linee, cerchi, triangoli, si intrecciavano in fantasiosi arabeschi. Negli anni ’40 la fabbrica fu ceduta alla Ginori, che però non aveva molto interesse a tenere in vita una sede decentrata e lontana, che avrebbe assorbito capitali, uomini e materiali. Da quel momento iniziò il declino della fabbrica che aveva rappresentato il coraggioso tentativo di dare vita ad un’esperienza di carattere industriale unica e per molti versi irripetibile.

Le Tonnare

L’industria del tonno aveva attratto i Florio sin dai primi anni del secolo. La tonnara dell’Arenella, di cui Vincenzo si era da poco impadronito, doveva essere stato un buon affare, se nel 1841 decise di prendere in gabella le tonnare di Favignana e Formica, le più importanti della Sicilia, di cui erano proprietari i Pallavicini di Genova e la famiglia Rusconi. Florio tenne le tonnare sino al 1859, dopo di che esse furono cedute, sempre in affitto, al signor Giulio Drago per settantaseimila lire annue, sino al 1877. Non sono noti i motivi per cui Florio non rinnovò le gabelle. Eppure durante quei diciotto anni egli aveva dato un carattere decisamente industriale alle attività legate alla pesca del tonno. Ai tempi in cui Florio si dedicò all’industria conserviera, il tonno veniva conservato salato. Questo ne limitava il consumo anche perché era convinzione diffusa che il tonno così confezionato fosse causa di gravi malattie. Per questi motivi egli tentò, e con successo, la carta del tonno sott’olio o scabeccio. Si trattò di una grande intuizione, anche se poté affermarsi solo gradatamente, ma che gli consentì di allargare il mercato. Il tonno salato si smerciava quasi tutto in Sicilia a Napoli e in Toscana. Di quello sott’olio, si estese il consumo in Piemonte, Liguria, Lombardia e Veneto. Il 7 marzo 1874, Ignazio Florio acquistò, dalla marchesa Pallavicini di Genova e dai marchesi Rusconi di Bologna proprietari in parti uguali delle tonnare, le isole di Favignana, Levanzo, Marittimo e Formica e loro tonnare e mari. L’ acquisto comprendeva anche le case e i terreni liberi e coltivati delle isole. Florio poteva godersi senza pensieri la nuova, bellissima proprietà. A Favignana Giuseppe Damiani Almeyda (progettista del Politeama), costruì per Florio una splendida palazzina, che possiamo ammirare ancora oggi. La famiglia ci si recava con una certa frequenza e nel giugno del 1889 vi dimorò per tutto il mese. Nel 1909 tutte le proprietà Florio nelle Egadi vennero ipotecate a garanzia di un ingente prestito acceso da Florio, il quale però non riuscì a restituire il denaro e perse così la proprietà delle tonnare.  

Targa Florio

Organizzare una gara automobilistica a carattere internazionale sulle strade siciliane d’inizio Novecento era un’idea assolutamente folle, che solo l’intuito sportivo e il genio di Vincenzo Florio poteva concepire. La rete viaria dell’isola infatti presentava ancora il precario tracciato borbonico, fatto di arditi saliscendi e fondi sconnessi, percorsi tortuosi e innumerevoli asperità; uno scenario di certo non consueto per gare di questo tipo, che di solito erano allestite su tracciati piani e lisci, perfetti per esaltare la velocità delle auto. Ma ciò che era un difetto divenne, grazie al genio di Vincenzo Florio, la fortuna del suo ardito progetto, che nacque dalle conversazioni che l’imprenditore siciliano era solito tenere presso la redazione francese de “L’Auto”, il più autorevole periodico specializzato dell’epoca. Qui fu ideato il circuito, che si snodava su 148 km di tortuose e spettacolari strade delle Madonie. Vincenzo Florio non tralasciò nessun dettaglio per l’organizzazione della sua gara: convocò Lalique, raffinato esponente dell’Art Nouveau, per forgiare la targa premio, mise le navi della sua flotta a disposizione dei partecipanti per trasportarli in Sicilia e chiamò i maggiori artisti dell’epoca per creare la campagna pubblicitaria, con manifesti, cartelloni e speciali cartoline. I suoi sforzi furono premiati: ben 30 macchine si iscrissero alla gara, un vero record per i tempi. Il 6 maggio 1906 la Targa Florio vide la luce fra lo stupore dei piloti, che non potevano immaginare un simile entusiasmo da parte del pubblico accorso numeroso ad incitare i campioni. Il percorso si dimostrò spettacolare: ad ogni curva un nuovo paesaggio, in un caleidoscopio di colori e forme che risplendevano nella soleggiata mattina di primavera. I fortunati che parteciparono all’evento ebbero la consapevolezza di aver vissuto un momento di grande storia dell’automobilismo. A vincere la prima Targa Florio fu Alessandro Cagno sulla vettura Italia, ma ad uscirne vincitrice fu soprattutto la Sicilia, trasformata da Vincenzo Florio in bandiera mondiale del nuovo mito della velocità.